misfatti

Riccardo Bianchi, ventunenne, 
ha ucciso il fratello della ex fidanzata, Gianluca Palummieri, ventunenne anche lui, con decine di coltellate e buttandone poi il cadavere vicino ad un cassonetto. Con le chiavi dell’appartamento della vittima, sottratte al cadavere, va in quella casa, dove viveva la sorella dell’amico ucciso, Ilaria Palummieri, che lo aveva lasciato qualche tempo prima. Entra, la denuda, la lega, la violenta per ore, quindi la uccide soffocandola con un sacchetto di plastica.
“Non so perché l’ho fatto”, ha detto l’omicida, “Ma lei dovevo ucciderla per forza, dato che le avevo detto di avere ammazzato il fratello.  Cos’altro potevo fare?”.
(Baggio di Milano, 4 luglio 2011)

Hitler, 
un’ora prima di suicidarsi, affermò che la sconfitta era tutta colpa dei tedeschi, che si erano dimostrati indegni di lui.

Suicidio rocambolesco
È stato scoperto il corpo esanime di uno dei due magrebini responsabili della morte dei due cinesi uccisi a Roma nel corso di una rapina. Lo hanno trovato in un casale lontano tre chilometri da una strada carrabile, e raggiungibile solo con automezzi. Pare sia morto per impiccagione con una fune appesa ad un gancio a quattro metri dal suolo. Non c’erano scale o altri appoggi per arrampicarsi fin lassù. Il corpo era per terra e non si sa come ci sia arrivato, appeso com’era alla fune della impiccagione. Bene, nonostante tutto ciò, gli inquirenti pensano che possa trattarsi di suicidio (su Repubblica, 17 gennaio 2012). I più assennati pensano invece alla mafia cinese, la Triade, società delle tre armonie: terra, cielo e uomo.

Milano. 6 aprile 2012. 
Avvelenato il farmacista Luigi Fontana dall’amico Gianfranco Bona, imprenditore in difficoltà, che aveva preso in prestito dal primo la somma di 270 mila euro, e non avendo alcuna intenzione di restituirla, pensò di risolvere il problema alla radice. Così il Bona aveva offerto all’amico un bell’aperitivo, precisamente un crodino, preso al bar e portato nel retrobottega della farmacia, mentre per sé aveva scelto una tazzina di caffè (per non potersi sbagliare). Lungo il percorso aveva messo del cianuro nell’aperitivo biondo che fa impazzire il mondo (e morire gli amici). IL cianuro gli era stato fornito tempo prima dallo stesso amico, il Fontana, con il pretesto della eliminazione dei topi che infestavano la sua casa.
“Dagli amici mi guardi iddio ché dai nemici mi guardo io”, suona un vecchio adagio popolare.
Il problema che si pone è soprattutto la scelta del veleno, che per solito è l’arsenico, meno costoso anche se molto più doloroso. Perché, allora, il Bona aveva preferito il cianuro, più difficile da reperire e con meno nobili tradizioni storico-letterarie dell’arsenico, molto usato anche dai Borgia, dai Medici, e da altri avvelenatori di alto lignaggio? Perché il cianuro?
Voi risponderete che il Bona voleva uccidere l’amico, non i topi, ed intendeva ridurre il più possibile le pene della sua agonia.
Sarà la giustizia a tenere conto di questa sua parziale, piccola ma non insignificante dose di nobiltà d’animo e spirito amicale per ridurre di un zinzinino la pena edittale prevista dal codice.

Il giovane D.M. di Corigliano Calabro ha ucciso la fidanzatina sedicenne Fabiana, 
prima infliggendole 20 coltellate e poi bruciandone il cadavere con la benzina. La ragazzina non era ancora morta, al momento del fuoco, e resisteva con tutte le forze all’ultimo atto della mostruosa violenza del ragazzo, come lui stesso ha confessato nei minimi particolari ai suoi inquirenti. Senza il minimo pentimento e con la massima freddezza. Senza una lacrima (25 maggio 2013).

Il mostro di Ugnano
Riccardo Viti, 55 anni, idraulico, ha confessato di essere l’autore dell’atroce delitto di Andrea Cristina Samfir, prostituta ventiseienne, madre di due figli, crocifissa ad una sbarra sotto un cavalcavia dell’autostrada vicino al cimitero di Ugnano (Firenze), violentata, e seviziata con un manico di scopa. Il mostro, considerato dai compaesani un bambinone (bmboccione, si direbbe oggi), si è giustificato dicendo: “Sì, ho fatto una bischerata. Pensavo che l’avrebbero salvata, come le altre volte. Mi piace vederle soffrire. Prima gli offrivo anche 150 euro, ora gliene offro 30: c’è la crisi”. In casi come questo io mi chiedo sempre: “per chi votano, costoro?

“La scimmia nera” (di Zachar Prilepin)
16 Giugno 2014.
Tutta a soqquadro, casa Lissi di Motta Visconti (Milano). La cassaforte aperta, mezzo svuotata, i cassetti divelti, gli oggetti sparsi per terra, i mobiletti rovesciati, l’armadio spalancato. La signora Carla Omes in Lissi, morta accoltellata in un bagno di sangue; nelle stanze di sopra i corpi di due bambini, una femmina di 5 anni e il fratellino di 20 mesi, accoltellati anche loro, nel sonno.
Carlo Lissi, l’assassino, informatico di 31 anni, era innamorato di una giovane collega che lo rifiutava perché lui non era libero.
Il divorzio non bastava: rimanevano i figli.
Ecco allora che lui, approfittando dei campionati mondiali di calcio in Brasile, decide di farla finita con i vincoli famigliari.
 Dopo aver fatto l’amore, mentre lei sta davanti alla tv, lui va in cucina con un pretesto, afferra un coltellaccio da cucina, e la colpisce da dietro con la punta fra la gola e la spalla, mentre lei urla “Carlo, cosa fai, perché?” e chiede aiuto, ma nessuno ci fa caso, fra i rumori della partita in corso. Lui, come contropartita, la colpisce con un pugno che la fa stramazzare per terra, dove la colpisce ancora con altri tre o quattro fendenti all’addome e alla schiena. A questo punto la scimmia nera sale nelle stanze di sopra dove dormono i figli, va nella camera della bambina, le appoggia una mano sul collo e con l’altra le affonda tutto il coltello in gola. Poi va dal figlioletto (di 20 mesi) e fa più o meno la stessa cosa, mentre il piccolo innocente dorme un sonno profondo.
Quindi scende in cantina, si lava, si veste (era ancora in mutande, quelle dell’ “amore”), sale sull’auto, dopo qualche centinaio di metri butta il coltellaccio in un tombino e va a raggiungere gli amici al pub Zyme, dove assiste ad una partita sul grande schermo.
“Non tremava, non era nervoso, sorrideva e parlava di calcio, emozionato come tutti gli altri”, dice di lui un vecchio conoscente. 
Anche Carlo Lissi è un cittadino elettore. E adesso lo sono anche i due protagonisti di un massacro risalente al 2001

Il delitto di Novi Ligure
21 febbraio 2001.
Verso le 20, 50, una ragazzina in preda al panico esce correndo da una villetta di Via Decatra, 12, il quartiere periferico del Lodolino. A chi la soccorre, Erika De Nardo, 16 anni, racconta fra le lacrime che due uomini, probabilmente albanesi, hanno massacrato la madre e il fratellino della ragazza.
Le cose non erano andate proprio così, ma come è risultato poi dalle indagini.
Intorno alle 19,30 di quel giorno Erika accoglie la madre Susy Casini, che rientra a casa dal lavoro, e subito scoppia una lite fra le due, perché la madre contesta alla figlia i suoi cattivi voti a scuola e le sue frequentazioni di persone sgradite, come Omar Mario Favaro, 17 anni, di origini maghrebine. Erika afferra un coltello da cucina e infligge il primo colpo alla madre, a mani nude; poi si infila i guanti. Sopraggiunge Omar, nascosto al piano di sotto, già con i guanti, e tutti e due si avventano sulla donna colpendola alle spalle. Uno dei due le tappa la bocca con la mano , mentre l’altro mena fendenti, seguito subito dal primo, che colpisce con la mano libera.
La donna si divincola, cerca di sfuggire agli assassini, abbattendosi sul tavolo da cucina, che si spezza in due. Pare che Susy abbia implorato “ Ti perdono, ma non fare del male a tuo fratello”, il quale era al piano di sopra per fare un bagno dopo una partita di pallacanestro. Sentendo il trambusto, il ragazzino, di 12 anni, sopraggiunge ed Erika gli tira una prima coltellata, poi lo accompagna di sopra con il pretesto di volerlo lavare dal sangue nel bagno di sopra, ma qui cerca di fargli ingerire del veleno per topi liquido, poi lo afferra per affogarlo nell’acqua della vasca, lui riesce a fuggire nella stanza da letto della sorella, che lo finisce
proprio là.
Nel frattempo lei aveva alzato il volume della radio al massimo per coprire i rumori della colluttazione. Lei e Omar continuano a colpire. Le coltellate sono ben 57 (cinquantasette), che sommate alle 40 inferte alla madre, fanno 97.
Poi cercano di lavare il sangue sparso dappertutto, Omar se ne va, e lei fugge per strada urlando e inventandosi la storia dei due assassini stranieri.
Arrestati, i due vengono chiusi in una stanza ben microfonata, dove si registra la loro conversazione. Lei mima il gesto di una coltellata,  chiede ad Omar “Ti sei divertito ad uccidere?” al che il ragazzo la strattona sbottando “vieni qui, assassina!” Poco prima la ragazza aveva commentato “Adesso possiamo andare in giro come una coppia vera”.
(altro che “Scimmia nera”, di Zachar Prilepin)



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